UNA NOTIZIA RICAVATA DAL GIORNALE DELL’ UNIVERSITA’  DEGLI STUDI DI PADOVA CHE HO VOLUTO PUBBLICARE, PER METTERE A CONOSCENZA , CHE L’ITALIA CONSUMA OGNI GIORNO 10.000 TONNELLATE DI SOIA GENETICAMENTE MODIFICATA. E QUESTO FA GLI INTERESSI DELLE MULTINAZIONALI SEMENTIERE A SCAPITO DELLA NOSTRA AGRICOLTURA. MOLTO IMPORTANTE, SAREBBE SCEGLIERE UN AGRICOLTURA BIOLOGICA, IN MODO DI RIDURRE L’IMPATTO DELLA CHIMICA IN AGRICOLTURA E IN CIO’ CHE MANGIAMO. 

Ogm: lasciar fare alla natura è saggio?

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Da quando, negli anni Novanta, hanno fatto la loro comparsa hanno assunto un rilievo sempre maggiore a livello planetario. Dai due milioni di ettari coltivati nel 1996 si è passati ai 175 milioni nel 2013. Sono gli organismi geneticamente modificati. Dal mais, al cotone, alla soia. Un tema che da sempre fa discutere sollevando importanti contrasti di opinione. A parlarne è Roberto Defez che dirige il Laboratorio di biotecnologie microbiche all’Istituto di bioscienze e biorisorse del Cnr di Napoli. E lo fa in un volume dal titolo Il caso ogm. Il dibattito sugli organismi geneticamente modificati (Carocci, 2014), che verrà presentato nel secondo degli incontri padovani con i finalisti del Premio letterario Galileo edizione 2015.

Cos’è un organismo geneticamente modificato?

“Organismo geneticamente modificato” è una definizione molto imprecisa, usata sostanzialmente dai media. Si dovrebbe parlare, piuttosto, di organismo transgenico, in cui cioè alcuni geni vengono tagliati da un organismo e trasferiti a un altro attraverso tecnologie di ingegneria genetica. Modifiche genetiche, infatti, avvengono costantemente in qualunque essere vivente, dall’uomo, agli animali, alle piante ma queste non rientrano nella definizione comunemente intesa.

Per coglierne l’impatto è sufficiente mettere una mano in tasca ed estrarre una banconota che, come sappiamo, è fatta su trama di cotone: ebbene, il 70% del cotone mondiale è geneticamente modificato. Dunque anche i nostri jeans sono geneticamente modificati e così pure il cotone idrofilo e quello impiegato per fare i cerotti. C’è poi l’intero settore dei mangimi: da 20 anni ormai gli animali vengono nutriti con organismi geneticamente modificati. Circa il 33% del mais e l’85% della soia prodotti a livello mondiale sono ogm.

Quando fanno la loro comparsa gli Ogm e con quali scopi?

Quello che l’uomo ha fatto, da quando ha inventato l’agricoltura circa 10.000 anni fa, è stato di andare alla caccia di mutanti delle piante naturali che trovava. Noi non mangiamo piante naturali selvatiche, ma piante “addomesticate” adatte al nostro consumo. Non esistono piante che nascano per farsi mangiare e per questo ricorrono a sostanze tossiche e antinutrizionali per proteggersi contro i loro predatori. Per potersene nutrire, dunque, l’uomo ha dovuto selezionare dei mutanti sempre più “mansueti” e commestibili e spogliare le piante di molte delle loro difese. In seguito, però, ha dovuto industriarsi a proteggerle.

In questa costante e ossessiva ricerca di mutanti, si è cercato addirittura di accelerare l’evoluzione per arrivare prima e meglio a ottenere piante che resistessero all’attacco di patogeni, come funghi e insetti. Ciò tuttavia è stato fatto al buio, senza avere il minimo livello di prova della sicurezza alimentare di quello che si produceva. Era un approccio inaccettabile dal punto di vista scientifico. Non si sapeva cosa era stato cambiato, dove si era cambiato, come riprodurre quel cambiamento e come seguire gli effetti a valle. Gli organismi geneticamente modificati sono l’evoluzione di quanto è stato fatto dagli anni Cinquanta agli anni Settanta. Nascono per “accendere la luce” e per non lavorare nella confusione totale.

Quali tipi di mutazione sono stati introdotti?

Esistono due grandi linee di mutazioni introdotte nelle piante: una per ridurre l’utilizzo di insetticidi (le piante vengono dotate di un sistema di difesa contro i parassiti), l’altro per rendere i vegetali tolleranti a un tipo di erbicida. Il risultato, in entrambi i casi, è stato un abbattimento dell’uso e della spesa di pesticidi a livello mondiale. Aspetto che è stato poco chiarito e condiviso. In testa alle principali preoccupazioni dei consumatori c’è l’uso eccessivo di pesticidi nella produzione alimentare e non si riesce a far passare che più si utilizzano ogm, più se ne riduce l’impiego.

Nei confronti degli Ogm c’è molta diffidenza. Nell’individuare i responsabili lei non risparmia nel suo libro una nota di biasimo per i media, per i politici e anche per una parte degli scienziati.

Una notizia rassicurante non è una notizia. Per molto tempo la comunicazione sugli ogm è stata condotta attraverso allarmi lanciati come emergenze e questo ha creato un forte pregiudizio nel pubblico sull’argomento. La politica, d’altra parte, si è totalmente schierata contro gli ogm sulla scia dei sondaggi e delle “emozioni”, anziché indicare una strada specifica per il contesto italiano tenendo conto delle problematiche e delle potenzialità del nostro Paese.

Ci sono stati alcuni scienziati, un numero limitato, che non sono scesi in campo (per cautela e non opposizione) per chiarire sufficientemente le conoscenze sugli ogm. E questo è diventato il pretesto per tanta parte della politica per far passare il messaggio che gli studiosi italiani sono divisi sul tema e non danno certezze assolute. In realtà la ricerca scientifica italiana è a favore degli organismo geneticamente modificati. Sfido chiunque a indicare il nome di un solo prestigioso scienziato nel nostro Paese che si sia espresso contro gli ogm (da Elena Cattaneo, a Umberto Veronesi, a Renato Dulbecco solo per citarne alcuni Ndr).

Negli anni Novanta l’Italia era tra i Paesi leader nella sperimentazione nel campo degli Ogm, oggi invece è fuori da questo settore. Guardando al futuro cosa vede?

Mi risulta inaccettabile la posizione di chi approva che gli ogm vengano prodotti all’estero e importati in Italia e ritiene invece che non debbano essere coltivati nel nostro Paese. Trovo autolesionista infatti privilegiare importazioni che vanno a svantaggio di scienziati e agricoltori.

In realtà, dovremmo riprendere innanzitutto a fare sperimentazione di ogm pensati, allestiti, prodotti e di proprietà esclusiva dello Stato italiano. Non si tratta quindi di favorire le multinazionali, l’idea è proprio l’opposto. L’accusa che io muovo è che questa politica, apparentemente anti-ogm, è un vero e proprio favore fatto alle multinazionali che in questo modo non hanno competitori e agiscono indisturbate. Si aggiunga che ad essere vietata è la sola coltivazione di ogm, non l’importazione. L’Europa importa 46 tipi diversi di ogm. L’Italia consuma ogni giorno 10.000 tonnellate di soia geneticamente modificata. E questo fa gli interessi delle multinazionali sementiere a scapito della nostra agricoltura.

Ogm e agricoltura biologica: entrambi hanno lo scopo di ridurre l’impatto della chimica in agricoltura. Perché, nonostante l’obiettivo comune, si trovano su fronti opposti?

Proprio perché entrambi mirano allo stesso obiettivo, e cioè ridurre ragionevolmente l’impatto della chimica in agricoltura, sono fortemente contrario all’idea che esista uno spaccatura tra i due approcci. Lasciar fare alla natura non è un atteggiamento saggio, perché esistono piante molto inquinate da tossine e pericolose per l’uomo. Purtroppo però nella logica dell’agricoltura biologica è entrato il concetto ossessivo che deve essere esente da ogm. Personalmente invece ritengo che gli ogm dovrebbero costituire la via maestra per l’agricoltura biologica, proprio per abbattere l’utilizzo di alcuni pesticidi che invece è consentito usare quando non esistono altre soluzioni. Le deroghe infatti sono molte e, pur di non far ricorso a ogm, si permette l’uso di insetticidi e pesticidi di vario genere.

Tutti i disciplinari dell’agricoltura biologica, poi, autorizzano la scelta di utilizzare come fertilizzante nei campi di agricoltura biologica le farine animali, cioè derivati di macellazione di qualunque tipo di animale ridotto in polvere. Probabilmente però se i prodotti fossero etichettati con la descrizione dei fertilizzanti utilizzati, credo che non avrebbero un’ottima risposta da parte del pubblico. Io continuo a porre la questione, ad esempio, se un vegano sia informato su questo.

Ogm e salute: quali sono i rischi?

In questo istante non c’è una sola persona ospedalizzata al mondo per il consumo di ogm, nonostante tutti quanti ne siamo stati esposti direttamente o indirettamente. Anche chi si oppone agli ogm ormai non parla più di rischi per la salute. Sono già passati 20 anni dalla loro comparsa e i quantitativi utilizzati sono sempre andati crescendo. Penso che si dovrebbe cercare di guardare un po’ più ai dati e un po’ meno alle “emozioni”.

Il pericolo sanitario è un dato di cui si va alla caccia da decenni senza tuttavia aver mai riscontrato un singolo problema. Anzi il mais Bt, cioè quello che si potrebbe coltivare in Italia, ha un livello di tossine derivanti da funghi patogeni molto inferiore a quello di un mais normale o di un mais biologico. Quindi in questo istante io mi sentirei di affermare che il mais ogm del tipo Bt è più sicuro per la salute umana dell’analogo coltivato in maniera tradizionale o biologica. Quindi io ribalterei piuttosto la questione con una domanda: perché si impedisce la coltivazione di un mais più inquinato di micotossine o che, per non esserlo, deve venire costantemente irrorato di insetticidi?

Pesticidi e sostanze pericolose per la salute: quali limiti?

Il Ddt, famoso insetticida vietato in Italia nel 1969 per la sua tossicità, continua a essere ritrovato nei tessuti dei cetacei che vivono nel mar Mediterraneo. Segno del perdurare del danno ambientale che questo tipo di prodotto ha provocato, anche perché  è stato utilizzato per altri 30 anni nelle campagne di lotta alla malaria. Le conseguenze sulla salute umana vengono da sé.

È stato rilevato, ad esempio, che l’esposizione prolungata agli organoclorurati può aumentare la probabilità di ammalarsi di ipotiroidismo. Allo stesso modo l’utilizzo eccessivo di paraquat (un erbicida che in Europa non è più autorizzato) è stato associato allo sviluppo del morbo di Parkinson. “Ad oggi – sottolinea J. William Langston del Parkinson’s Institute di Sunnyvale in California – ci sono più di 50 studi che associano l’uso di pesticidi/diserbanti a un maggiore rischio di sviluppare il morbo di Parkinson”. Ma possono essere anche altre le forme di demenza determinate da una esposizione eccessiva ai pesticidi. Uno studio effettuato su un gruppo di lavoratori di vigneti nel sud-ovest della Francia esposti a pesticidi, ad esempio, ha rilevato che rispetto a una persona non esposta hanno una probabilità cinque volte maggiore di mostrare un peggioramento delle abilità neurocomportamentali (memoria, ricordo, competenze linguistiche).

Se l’esposizione a questo tipo di sostanze da parte di chi pratica l’attività agricola (ma anche da parte di chi abita nei pressi di coltivazioni in cui si fa uso intensivo di pesticidi) è uno dei problemi, il secondo non meno rilevante è dato dai residui che dei pesticidi rimangono sugli alimenti. Certo, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) tranquillizza in questo senso, ma spesso ad arrivare sul mercato sono prodotti che arrivano da lontano e da Paesi che hanno una regolamentazione molto diversa.

Chinese herbs: elixir of health or pesticide cocktail? (Erbe cinese: elisir di salute o cocktail di pesticidi?) è il titolo eloquente dello studio di Greenpeace, condotto tra novembre 2012 e aprile 2013, che analizza la presenza  residua di pesticidi e antiparassitari nei prodotti a base di erbe importati dalla Cina e venduti in sette importanti mercati occidentali: Canada, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti. Un giro d’affari che supera i due miliardi di dollari. I campioni esaminati sono stati 36, tra cui bacche di goij, crisantemo, caprofoglio, bulbi di giglio, tutti prodotti utilizzati sia per le loro proprietà medicinali, sia come parte integrante della dieta quotidiana. Ebbene, l’indagine dimostra che 32 di questi contengono tre o più tipi di pesticidi e 17 residui di sostanze classificate come estremamente pericolose dall’Organizzazione mondiale della sanità, tra cui il  carbofuran e il triazolo. Infine 26 prodotti contenevano una quantità di pesticidi superiore ai livelli massimi di residui consentiti dalla normativa europea.